L’Italia della violenza di genere

Oggi un po’ di rassegna stampa, senza sforzi, diciamo un po’ di semplice ricerca tra la cronaca locale senza acquistare neanche un quotidiano. Cerco notizie sulla violenza di genere restando nell’homepage o al massimo cliccando su “cronaca”, vediamo cosa trovo sui media della mia isola in questo sabato mattina di maggio:

Studentessa accoltellata all’addome da un compagno all’ingresso di scuola

Tredicenne costretta con minacce a fare autoscatti hard, quattro denunciati

Tra le altre notizie, aggiornamenti sul processo per il femminicidio di Dina Dore e il caso Alina Cossu che va verso l’archiviazione, e poi notizie molto più vecchie, uomini arrestati per violenza sulla moglie, gente che prende a calci i bambini, piccole storie di merda quotidiana che non fanno più notizia.

Allarghiamo il campo, usciamo dall’isola e vediamo che si trova nei quotidiani locali del resto d’Italia:

Minaccia una tredicenne per foto hard, nei guai un livornese

Testimonianza choc la madre è accusata di maltrattamenti

Profugo infastidisce una donna, allontanato dalla parrocchia

Perseguita giovane madre per tre anni, in carcere lo stalker

Il triestino maniaco dei bus: “Pedofilo? No, ma ho bisogno di aiuto”

Troppo alcool al party studentessa stuprata e lui patteggia due anni

Picchia la moglie incinta arrestato dai carabinieri

Pescara, aggredisce e minaccia la ex, arrestato

Minaccia con coltello l’ex che lo respinge

“Comprata, stuprata e trattata da schiava”, un anno di inferno per una ragazzina

Ovviamente anche oggi ho trovato, spulciando, il femminicidio del giorno. Mai farselo mancare, mai. Non ci sono foto e non si tratta di due bambine indiane ma di una prostituta, quindi niente indignazione, niente incazzatura, niente giro sui socialnet, niente di niente:

Nocera, uccisa prostituta: prima strangolata e poi le hanno conficcato una sbarra in gola

Ma andiamo avanti:

Choc a Giffoni: padre ha abusato per 15 anni della figlia, arrestato

Uccisa perchè rifiutò un rapporto sessuale, omicida condannato a trent’anni

Va sotto casa della ex e la minaccia di morte, arrestato

Salerno, ragazzine come schiave: in mostra al centro città per essere vendute

Cappellano di San Vittore condannato a 4 anni per violenza sessuale sui detenuti

Viterbo, accoltella la moglie per gelosia, lei è in ospedale, lui in carcere

Giallo a Roma, accoltellata e gettata in un canale: ragazza in gravi condizioni

Divieto di avvicinamento ma continua a minacciarla, arrestato

Ancona, allenatore di basket pedofilo condannato a sei anni di carcere

Ancona, padre processato per pedofilia accusa la moglie in aula

Violenza sessuale su minore pena ridotta in appello

Calci e pugni, massacrata di botte dall’ex

“Diventerai una star della musica”. Ma finisce a processo per abusi

Violenta e mette incinta le figliastre. Le due bimbe costrette ad abortire

Donna incinta si cala dalla grondaia per sfuggire alla furia del marito

L’amante abortì dopo le botte: la Cassazione conferma la condanna a 12 anni

Condannato per violenza sessuale su una 11enne fa perdere le sue tracce: arrestato

Litiga con la ex, scende in strada nudo e picchia un’anziana

Fotografa l’ex fidanzata mentre la violenta

Picchiava la moglie e la perseguitava: arrestato

Medico molestò paziente: condannato

Stalking in stazione, vittima una minorenne

Pedofilia, pediatra in manette a Milano: violenza sessuale su un paziente di dodici anni

Accoltella la ex, fermato all’aeroporto

Picchiata dall’ex compagno: tragedia sfiorata a Cantù

Basta, sono già stanca e ho il disgusto. Non sono riuscita a controllare tutte le notizie sulla violenza di genere in ogni regione, me ne sono persa sicuramente tantissime, e queste sono solo quelle online, figuriamoci quelle nascoste nei trafiletti sull’edizione cartacea. Sono centinaia ogni giorno in un paese come l’Italia dove non esiste un osservatorio nazionale sulla violenza di genere, dove riuscire a seguire ogni singolo caso di presunti abusi è impossibile, dove le notizie di donne trovate agonizzanti sono piazzate come prima notizia in homepage per un giorno come acchiappa-lettori e poi finiscono in fondo a tutto dopo 24 ore o forse meno. Un paese dove i tentati femminicidi al giorno sono almeno una decina quando va bene e un paio di femminicidi quando va male, dove la violenza sui bambini e le bambine è talmente endemica e radicata nelle famiglie da risultare normale, dove l’omofobia e la transfobia sono prassi quotidiana e non fanno neanche notizia.

Se invece di condividere compulsivamente foto di bambine uccise in paesi molto lontani da voi minacciando di bruciare bandiere e chiedendo di imporre sanzioni internazionali ad altri Stati “ogni volta che si assiste a rapimenti-lapidazioni-impiccagioni di donne” voi bruciaste la vostra di bandiera e sanzionaste pesantemente il vostro colonialismo non sarebbe molto meglio?

Se invece di diffondere forsennatamente l’hashtag #bringbackourgirls vi foste occupate delle ragazze nigeriane che si trovano a poca distanza da voi, rapite, stuprate, torturate e abusate dai vostri padri, figli, fratelli, amici, non sarebbe molto meglio?

Non se ne può più di questo neocolonialismo femminista che si fa guidare dalla pornoindignazione occasionale di media propagandistici, che diventa arma politica, che non riconosce il patriarcato come fenomeno trasversale ma che identifica la violenza di genere solo nell’altro, nel diverso e nel lontano, che finisce per appoggiare campagne militari e addirittura invasioni imperialiste, che finisce per silenziare la violenza che ci circonda diventando complice inconsapevole.

Basta con “l’India degli stupri” o con “l’Iraq delle spose bambine”, basta con le petizioni, con gli hashtag, con i click e i commenti indignati sui socialnet. Questa è “l’Italia della violenza di genere” e, se posso permettermi, è anche un pochino l’Italia del razzismo.

 

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La delega

Domenica prossima si voterà ancora, per l’ennesima volta. C’è chi deve eleggere l’amministrazione comunale e/o chi voterà per le cosiddette europee: fatto sta che una buona fetta di persone si recherà alle urne per mettere una crocetta su una scheda elettorale con una riflessione più o meno approfondita sull’atto che sta compiendo.

Purtroppo, o per fortuna, l’attenzione per il voto o il diritto di voto non è mai diretta verso  la figura del votante ma al contrario è riservata all’astensionista, identificata come figura silente, amalgamata in una maggioranza in ombra, risoluta o titubante (i cosiddetti “indecisi”) a seconda dei contesti.

L’astensionismo in realtà è un fenomeno molto complesso che racchiude una vasta gamma di pensieri molto diversi tra loro: si va dal menefreghista vero e proprio alla persona non informata a chi non riesce a riconoscersi in nessun partito politico ai disillusi della politica partitica agli anarchici a tante variegate diversità, tante quante sono le personalità che compongono questa galassia non partecipante. Continue reading

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Il fichismo

E’ da un po’ di tempo che pensavo di scrivere qualcosa sul fichismo, e no, non sono impazzita, è un neologismo che ho coniato di recente e di cui non ho trovato finora un valido sinonimo. Forse “femminismo genitale”? Chissà.

Il fichismo è un movimento e un fenomeno peculiare italiano assolutamente trasversale alle correnti politiche che ormai si trova in quasi tutti i ghetti rosa dei media mainstream strombazzato all’ennesima potenza.

L’argomento principale del fichismo è ovviamente la fica. Nato in contrapposizione e/o sulle ceneri del berlusconismo si occupa in maniera prevalente di corpo ma soprattutto di organi genitali. Tutto ciò che ha a che fare con la fica, dalla riproduzione all’aborto alla libera sessualità alla prostituzione è stato ingurgitato dal fichismo, digerito e vomitato in una maniera antifemminista e antirivoluzionaria.

D’altro canto tutti i femminismi italiani sono dovuti scendere a patti col fichismo; fagocitati e triturati da più di vent’anni di berlusconismo si sono trovati, loro malgrado, ad avere a che fare col famoso “uso strumentale del corpo femminile” mentre l’opinione pubblica subiva più o meno manipolate e cicliche indignazioni sfociate poi nella manifestazione del 13 febbraio 2011 “sull’onda dello scandalo sessuale bunga bunga” che ha visto scendere in piazza diversi milioni di persone.

Dopo decenni di discussione su questo tema ormai resta pochissimo dibattito femminista in Italia, completamente sovrastato dal fichismo e da discorsi che ruotano attorno ai genitali.

Accantonata quindi l’autocoscienza e il separatismo come pratiche vetuste ma anche l’emancipazione, i diritti, l’autodeterminazione, la libertà e soprattutto la scelta femminista della militanza attiva e l’interpretazione del femminismo come movimento sociale e rivoluzionario resta ormai una voce sola: quella del fichismo, che censura e azzittisce tutti i femminismi. Le nuove generazioni, purtroppo, hanno avuto modo di conoscere e interpretare il femminismo solo da un’ottica fichista e probabilmente buona parte delle persone più giovani interpreta il femminismo come fichismo.

Da una parte del fichismo riconosciamo le “moraliste” molto in voga nella sinistra democratica e nell’estrema sinistra che in realtà racchiudono molti filoni di intervento e diverse correnti. Esistono infatti gli/le abolizioniste della prostituzione che possono essere femministe radicali o di Stato, esistono le democratiche come Laura Boldrini che incarnano il femminismo istituzionale contrario ad ogni tipo di strumentalizzazione dei corpi, esiste l’Udi che da anni e anni fa campagne contro il sessismo, esiste (o esisteva) SNOQ che ha indetto la famosa manifestazione a favore di una non ben precisata “dignità” delle donne ecc ecc. Alcuni/e ritengono che anche il lavoro di Lorella Zanardo nelle scuole e il documentario “Il corpo delle donne” manifesto-denuncia del sistema maschilista italiano rientri in questo gruppo dalle molte varietà e divergenze.

Dall’altra parte del fichismo troviamo coloro che si autodefiniscono “libertarie” dove il libertarismo coincide spesso e volentieri con l’anarcocapitalismo, dove l’autodeterminazione si trasforma nella libertà di disporre del proprio corpo come si vuole e quando si vuole in maniera neoliberista, a favore della pornografia e della prostituzione senza distinzioni o analisi sussumendo e traendo linfa vitale da discorsi femministi e rivoluzionari sulla libera sessualità (ad es. la postpornografia femminista). Le “libertarie” hanno coniato una nuova lingua in cui i neologismi che la fanno da padrona (talebanfemministe, inquisitrici) sono da riferirsi quasi sempre all’indirizzo delle “moraliste” intese come i movimenti femministi nella loro interezza da cui le libertarie si sarebbero staccate. Le libertarie possono essere di tutti gli schieramenti politici ma più spesso le riconosciamo nella destra berlusconiana anche se tendono a collaborare tra loro a prescindere dagli schieramenti in nome di una presunta battaglia contro il bigottismo. Un esempio recentissimo è quello di Annalisa Chirico, autrice di “Siamo tutti puttane” berlusconiana autodefinitasi “libertaria” che promuove il proprio libro sui media e sui social in compagnia della responsabile della comunicazione lista Tsipras (di sinistra) Paola Bacchiddu.

Entrambi i tipi di fichismo, pur di restare immersi nel femminismo usano temi cari alle femministe ma sempre e comunque gravitanti attorno al discorso sessuale e/o riproduttivo come la legge 194 e la scelta della maternità o dell’aborto decisi dallo Stato e invece totalmente sviscerati dalla questione legalitaria e trasformati nella sola autodeterminazione. Ma è soprattutto il mai superato e cirscoscritto scoglio della prostituzione in cui il conflitto tra genere, classe e razza pone vari interrogativi difficili da dirimere a tenere banco e ad animare il conflitto tra gli schieramenti fichisti contrapposti.

Così mentre i femminismi continuano a lavorare dal basso e ad occuparsi di genere nella sua complessità, dal lavoro all’emancipazione dal sistema alla salute alla violenza di genere all’ottenimento di diritti il fichismo censura e invisibilizza qualunque discussione non ruoti attorno alla sessualità alternando il dibattito tra madri puritane salvatrici della patria e la libertà di spompinare senza essere giudicate.

“Né puttane né madonne” urlavano le femministe nelle piazze: in attesa che l’incubo del fichismo abbia fine spazzato da aria nuova e da nuovi femminismi di più ampio respiro non resta che recitarlo come una preghiera e mentre segnalo il mail bombing de Le Amazzoni Furiose (che ci riguarda TUTTE senza distinzioni) ricordo che esistono precise responsabilità in questa invisibilizzazione dei femminismi che, seppur presenti nei territori, continuano ad essere violentemente censurati. Il personale è politico non è un’opinione da usare o meno a seconda della convenienza: per alcune è pratica di vita.

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In Sardegna l’8 marzo

In Sardegna siamo sempre oltre, si sa, e l’8 marzo non succede niente, ma proprio niente niente; potrebbe essere il 9 marzo o il 7 o il 23, del resto che importanza ha, lo sappiamo tutte che è solo un giorno. Se non ci si organizza mai poi figuriamoci se proprio l’otto marzo si inventa qualcosa: una manifestazione, un sit in, una protesta, uno sciopero, un corteo improvvisato. No, macchè, siamo ben oltre queste cose, siamo superiori a queste sciocchezze.

Del resto lo sanno tutti che in Sardegna c’è il matriarcato, quello con le donne chiuse in casa che facevano il pane carasau, avete presente, quelle che gestivano tutto e infatti si accollavano un sacco di roba, incluse botte e stupri dei mariti perchè la donna era l’onore della famiglia, ma se dicono che c’è il matriarcato alla fine da qualche parte dovrà pure esserci, anche se dove di preciso non si sa.

E siccome c’è il matriarcato mica possiamo accollarci pure la lotta femminista, no, quando mai, non ce n’è bisogno. Infatti mia madre mi racconta sempre di quanto erano femministe anche nel passato tutte le”matriarche” e l’utero è mio e me lo gestisco io solo se avesse provato a immaginarlo, non dico a pronunciarlo, le avrebbero tagliato la testa.

Qua in Sardegna poi i consultori e gli ospedali funzionano tutti benissimo, la legge 194 è tipo la bibbia e gli obiettori di coscienza non sappiamo manco che sono. Che culo, siamo proprio speciali in tutto e per tutto. Questi aborti illegali di cui sentiamo tanto parlare e che riguardano soprattutto ragazze minorenni, donne povere e migranti non esistono. Anzi a dire il vero in Sardegna non esistono neanche le migranti, figuriamoci le donne povere e le minorenni.

E poi questa parola, “femminista”: a che serve, me lo dicono sempre alcune compagne di qua, meglio “femminile” perchè femminista non ci piace quella cosa che le femmine devono stare separate dai maschi ah no quello è separatismo eh forse ti sei confusa però comunque i percorsi vanno fatti insieme sennò pare brutto e non si può fare un discorso di genere è peccato mortale.

C’è poi chi dice che in Sardegna non si parla mai di disoccupazione femminile ma non è così: la verità è che qua abbiamo tutte un lavoro. Infatti veniamo sempre occupate in casa a fare da badanti/cameriere/assistenti gratuite, fa parte di quel famoso matriarcato di cui sopra. Se proprio dobbiamo parlare di occupazione meglio parlare di lavoro quello vero, quello tipo gli operai del Sulcis, i minatori, i cassintegrati, i pastori: noi donne non abbiamo bisogno di guadagnare e campare, noi in quanto portatrici di ovaie non abbiamo proprio diritto a lavorare.

Per fortuna dove non osano le lotte femministe c’è l’abbondanza delle istituzioni con le tavole rotonde, i flashmob, i convegni sulla parità nelle scuole, e tutto quell’universo di associazioni che organizzano perfino eventi contro il femminicidio, ma così per gioco eh, perchè in Sardegna grazie al matriarcato non esiste neanche la violenza di genere. E ce lo spiega bene questo video quanto in realtà nell’isola non abbiamo assolutamente bisogno di centri antiviolenza, come siano del tutto inutili e superflui.

E siccome la Sardegna è anche la Caienna d’Italia non poteva certo mancare un intervento delle istituzioni anche in questo senso con il dono di prodotti per il corpo alle detenute da parte di sottosegretarie neoelette e poliziotte, salvo poi interrompere programmi rieducativi per detenuti sex offender per festeggiare meglio la giornata.

E’ proprio un’isola felice, la nostra, e mi dispiace per voi che ve ne siete andate in giro a portare messaggi di autodeterminazione nelle strade, nelle piazze, con cartelli, striscioni, megafoni, con il vostro esempio, il vostro corpo, la vostra voce, il vostro pensiero.

Poverette, mi fate quasi pena.

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La parete rosa

Visto che anche quest’anno ci tocca il Natale è successo anche alla zia Jo, da brava zia, di doversi recare al negozio di giocattoli perchè che Natale è senza regalo ai bambini diciamocelo.

Quando ero piccola aspettavo le feste natalizie con trepidazione per avere un giocattolo in più, i miei erano poveri (violini in sottofondo – io vestita da piccola fiammiferia al freddo e al gelo della Barbagia) e solo in quell’occasione potevo sperare in qualcosa di decente. Ho atteso la Barbie per anni e anni e ricordo la delusione e le lacrime quando ho ricevuto una Tania, che adesso sarà pure famosa ma ai tempi (gli anni’80) era solo la cugina sfigata della biondona californiana.

Comunque i giochi che c’erano allora adesso non li fanno più, belli quegli anni lì ci accontentavamo di poco te la ricordi la pianola Bontempi, bla bla bla.

Nostalgie a parte, avventurarsi al giorno d’oggi tra gli scaffali pieni di giochi per un essere umano adulto può diventare un’esperienza devastante, in primis per i prezzi e in seconda istanza perchè è decisamente meglio lasciare la coscienza politica a casa.

La cosa che salta all’occhio immediatamente, appena ci si avvicina al reparto giocattoli è la parete rosa, io la chiamo così per ovvi motivi:

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Passeggini rosa per bambole rosa, phon rosa, arricciacapelli e perline rosa, pattini rosa, sapientino rosa, sandaletti rosa, stelle e stelline rosa, specchietti, pettinini, collanine, tutto all’insegna del rosa. La genderizzazione nei giocattoli ormai la fa da padrona. Ho visto perfino costruzioni Lego con contenitore rosa perchè si sa che le femminucce costruiscono e creano con le ovaie e i maschietti con i testicoli.

Nei giocattoli per bambine questa tendenza rosa è prevalentemente virata verso l’estetica: perline, treccine, trucchi, tutto l’ambaradan che dovrebbe servire a farle diventare più belle è presente in numero massiccio tra gli scaffali.

Poi c’è una secondo filone del rosa che riguarda i futuri mestieri e le aspirazioni delle bambine non strettamente legate al campo della bellezza (top model esclusa insomma): ballerine, parrucchiere, sarte, infermiere, musiciste, mamme in generale ma soprattutto CASALINGHE.

 

 

 

 

 

 

 

La musicista con il microfono rosa e la chitarrina rosa (anche qui si sa che le femminucce cantano e suonano con le ovaie ecc ecc) è un sospiro di sollievo per qualsiasi adulto perso tra lavatrici, ferri da stiro, assi da stiro, forni a microonde, pentolini, set per il the, gelatiere, friggitrici e tutto l’occorrente studiato fin nei minimi dettagli e declinato nelle varie sfumature del rosa per creare la perfetta casalinga.

E qui veniamo ad un ulteriore travaso di bile: oltre alla divisione in gender si aggiunge la fidelizzazione del cliente dalla più tenera età, e non si tratta più della pianola Bontempi o di Peppa Pig che poi non ti ritrovi più nella vita piantando un chiodo in un muro o prendendo un autobus, qua si tratta proprio di marchi che con lo stratagemma del giocattolo riescono a creare uno strettissimo legame fin dall’infanzia riuscendo ad accompagnare il cliente in età adulta con oggetti di uso quotidiano.

Questo ad esempio è un mini mocio Vileda rosa, l’esempio perfetto di combo genderizzazione + fidelizzazione:

 

 

 

 

 

Ma anche senza il rosa si difendono bene, Vileda quest’anno si ritrova un po’ dappertutto così come la piccola moka di Bialetti o la cucina Scavolini:

2013-12-16 17.00.25

 

 

 

 

 

 

 

Il capitalismo ci ha fregato tutto: occupa le nostre menti, ci ammorba la vita già dall’infanzia, è una palla al piede, una zavorra di cui non riusciamo a fare a meno. Ha rubato perfino la fantasia dei bambini, i loro sogni e la nostra capacità di creare un gioco per loro.

Tra gli scaffali adulti inconsapevoli e ciondolanti tra Winx, Peppa Pig e macchinine con lo stemma dei carabinieri, per qualche resistente lavori “contro” come il progetto Dolls di Mariel Clayton, ma ai bambini e alle bambine, mi chiedo: cosa resta?

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Adiosu

“Ite ses, destinu, nara
Domando solu in camminu
Ite ses, nara, o destinu.

Beni ca ti miro in cara,
Dae conca finz’a pese,
Destinu nara ite sese.”

(Montanaru)

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L’equivoco

Per la serie “i consigli della zia” oggi tratteremo un argomento quantomai controverso e dibattuto: come riconoscere gli stronzi assetati di micropotere e farli fuori dalla vostra vita.

Come? Si chiamano autoritari? No, direi che “stronzi assetati di potere” è l’espressione giusta, l’autoritarismo è una forma di abuso che ha una precisa collocazione storica e/o politica, non vedo perchè utilizzare termini impropri e piegarli a proprio piacimento o scomodare Adorno per gente che al massimo si merita Gramellini Severgnini e Gnignignini.

Come? Perchè farli fuori? Semplice: in prima istanza perchè se si fa una lotta al Potere e alla sua autorità non ci possiamo portare appresso dei servi obbedienti che replicano il sistema nel loro minuscolo orticello dietro casa. In secondo luogo perchè non abbiamo nessuna voglia di assomigliare al padrone di turno: gli accondiscendenti e i servitori di questi personaggi finiscono per diventare l’esatta copia di quelli che comandano al punto da assumere tutti la stessa espressione e la stessa incommensurabile faccia di cazzo. E noi la faccia di cazzo non la vogliamo, giusto?

Dove si possono incontrare gli stronzi assetati di micropotere? Ovunque: alla tombolata in parrocchia, all’happy hour, mentre fai la fila al supermercato, in un’orgia, alla festa di compleanno della nonna, più in generale ovunque vi sia fotosintesi clorofilliana e presenza di ossigeno. Per mia esperienza personale i boss di stocazzo si trovano dentro qualunque collettivo, associazione o affiliazione: dentro i gruppi umani con qualche tipo di affinità sociale o politica questo genere di stronzi trova il suo habitat naturale; dapprima mette radici nella comunità, poi ne trae sostanza vitale, si sviluppa alla facciaccia tua, prospera e s’allarga e se non stai attenta si moltiplica anche: praticamente è un fungo, peccato che non sia commestibile.

Come riconoscerli? Continue reading

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Appropriazioni e ri-appropriazioni

Finalmente anche in Italia, dopo anni di tremendo ritardo, si comincia a parlare di appropriazione estetico-culturale di culture “altre”. C’è voluta tanta pubblicità e tanto marketing di cantanti bianche che facevano onde con le natiche in dubbi spettacoli musical-televisivi, ma alla fine meglio tardi che mai.

In tutto il resto del mondo invece il dibattito è decisamente avanti e quest’estate numerose bufere che avevano come oggetto questo argomento si sono abbattute anche su multinazionali riuscendo perfino a fermare produzioni o a ritirare prodotti commerciali: è il caso di Nike e della linea ispirata ai tatuaggi di iniziazione samoani (i maschili pe’a sulla brassiere femminile..mmm ottima idea, Nike) e di H&M con i sacri copricapi navajo con tanto di piume finte in vendita nei negozi canadesi e fonte di figuremmerda mondiale (l’anno scorso l’appropriazione sui nativi era toccato a Victoria’s Secret). Nel mezzo, sempre quest’estate, ci siamo dovuti subire anche Lady Gaga con quell’orribile burqa fucsia che abbiamo visto tutti.

Se da una parte, finiti gli anni 2000 dove chi più chi meno abbiamo dato un po’ tutti/e la stura al nostro bisogno di globalizzazione coi bindi in fronte e i dreadlocks a tutto spiano e abbiamo poi dovuto fare i conti con i simboli e i significati che si celavano dietro tanto marketing con una maggiore consapevolezza culturale sia da parte nostra che da parte di culture che i bianchi considerano minoritarie (ossia tutte le altre culture tranne quella bianca), dall’altra parte invece stiamo assistendo ad una recrudescenza dell’appropriazione culturale in chiave esplicitamente estetica e in un’ottica genderizzata con il tam tam insistente sulla sessualizzazione della donna non bianca, il vero leitmotiv di questa nuova ondata razzista.

Ora, io non sono esattamente una maniaca del trucco e di tutorial sul make up, anche perchè onestamente non mi posso permettere di comprare tutti quegli aggeggi pennelli e quelle schifezze trucchi da mettere in faccia però mi è capitato spesso di assistere a certi fenomeni da youtube dove tizie che potresti incontrare alla messa delle 8 o agli aperitivi nei locali si facevano la guerra rubandosi manipoli di seguaci tra i canali e qualcuna di loro è finita pure in televisione a dare consigli (non richiesti) su come cammuffare un brufolo col pus o come stendere l’ombretto con lo sputo (io guardo solo roba trash, si sa).

Spesso i vari trucchi e parrucchi di questi tutorial sono ispirati a personaggi famosi, cantanti, attrici, modelle, a situazioni tipo “capodanno assieme a tuo nonno con la gotta” o a momenti della giornata, ma non manca mai quello esotico, araboindiano, tribale (eh?) o giappocinese de noantri con risultati spesso ridicoli, sconfortanti e anche al limite della pena. Talvolta non si tratta nemmeno di appropriazione culturale, basta uno stereotipo random della diversità e dell’alterità (io mi trasformo nell’idea che ho di lei che è diversa da me perchè lo dico io) per passare direttamente al razzismo e alla confusione più becera. Un esempio tra tanti e tra i più lievi:

L’esempio invece di tutorial dove non c’è appropriazione culturale ma semplice riappropriazione contro gli stereotipi razzisti imperanti dove il rossetto rosso per le donne nere no proprio no, con quelle labbra carnose mai, bisogna sempre sfumare, al massimo un po’ di gloss al centro sennò si vedono troppo e mi raccomando colori discreti (ho letto queste cose in rete, si trovano ovunque giuro) lo affido a Loretta Grace, cantante italiana, che nel suo canale youtube oltre a dar sfoggio di una bellissima voce riesce anche a farmi credere che un giorno (molto lontano suppongo) anche persone come me potranno interessarsi al meraviglioso mondo dell’estetica (che pazienza che c’hai, benedetta figliola):

Stanno nascendo insomma, in risposta a questa nauseabonda ondata di appropriazione culturale, nuove prese di coscienza e nuove consapevolezze che non ci aspettavamo fino a qualche anno fa nemmeno in un paese fortemente in ritardo come l’Italia: la giusta reazione ad una mera operazione commerciale che stavolta, come ho già avuto modo di scrivere in precedenti post, ha come oggetto soprattutto la donna e il suo corpo. Il corpo della donna “altra” che finisce per diventare un vuoto contenitore da riempire a seconda del significato che i bianchi e le bianche riescono a dare al momento: un corpo che va esotizzato, vestito o svestito, salvato ma soprattutto sessualizzato a seconda delle nostre esigenze in senso decisamente razzista e neocolonialista.

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Decomposizione

L’odore si sente dalla strada, nauseabondo e dolciastro, mi avvicino fino a dove posso e prima che arrivi il famoso conato mi fermo: eccola lì la pecora morta, nugoli di mosche carnarie le sono addosso, si levano al mio passaggio, mi si avventano contro.

Il primo dei cadaveri ovini quest’estate è stato circa un mese fa, sotto una montagnetta nodosa irta di pietre, stessa scena a chilometri e chilometri di distanza da qui, un’altra vita e un’altra situazione per me, le stesse mosche e lo stesso miasma di putrefazione che mi teneva a distanza.

Ad agosto inoltrato l’odore della decomposizione copriva già abbondantemente quello dei fichi che si spaccavano al sole e facevano cadere gocce di miele, da 20 segnalazioni di focolai di blue tongue siamo passati a diverse centinaia nel giro di due settimane, è il momento delle fosse comuni già stracolme approvate dalla Asl. Nell’attesa che si scavino nuove fosse e che venga data l’autorizzazione a sotterrare i corpi di questi poveri animali, le carcasse marciscono al sole, si gonfiano e si riempiono di larve, vengono lasciate alla pietà dei pastori che le mettono al riparo dai cani e dalla calura che ne accelera il disfacimento.

Spesso sono proprio loro a finire gli animali agonizzanti ed è strano non sentire qualcuno che levi una voce davanti a tanta sofferenza, umana e animale, ma tanto son solo pastori, e le pecore solo pecore, mica cani o gatti. Forse qualche animalista potrebbe perfino gioire della fine di questi allevamenti che non hanno mai voluto saperne di essere intensivi e che si rifanno ad una mentalità assurda e arcaica dove gli animali sono trattati peggio degli oggetti. Forse qualche dipendente statale gioirà della fine di questi bifolchi ignoranti che hanno sempre campato di assistenzialismo, e il risarcimento per la siccità e l’assegno per questo e l’indennizzo per quello e vuoi vedere che gli danno soldi pure per la blue tongue a questa gente qua.

Mi aggiro in mezzo all’ecatombe e quando le vedo stese a terra, sotto la canicola, con le ulcere alla bocca, l’unica cosa che penso è che vorrei sparare a questi animali dritto in fronte e vaffanculo, tanto moriranno tutte. Tutte. E’ solo una questione di tempo, uno stillicidio inutile, stanno crepando e anche in malo modo. Migliaia di capi già morti, migliaia di persone già disperate che affondano ancora di più nella disperazione.

“Non fare gesti inconsulti mi raccomando.” Ride. La parola “inconsulto” lo diverte, ha già donato alla nobile causa della fossa comune dieci pecore, due sono morte tra ieri e oggi invece, dice che le ucciderà tutte con le sue mani e le appenderà, una per ogni albero. Ride di sé e della sua angoscia come uno scemo, non è vera affatto la favola della dignità del popolo che soffre anche perchè questa storia di merda non ha neppure un briciolo di dignità.

Una storia che racconta di malattie mai sentite nuove di zecca, di un’economia in ginocchio, dell’estinzione tanto voluta e a lungo desiderata del pastore sardo, quello buono per i racconti mitici, per le case-museo, per i libri ambientati nell’800, per i depliant dei turisti che vanno sempre e solo al mare e poi si vantano con gli amici che sono stati in Sardegna e che posto selvaggio dovevi vedere com’era selvaggia la spiaggia e incontaminato il supermercato.

Il pastore, quello che si è tentato di far scomparire con i piani rinascita, di ammansire convertendolo in operaio con fabbriche che hanno portato solo morte e disoccupazione, di addomesticare facendolo dipendere dallo Stato. Il pastore, l’unico responsabile dei sequestri di persona, degli incendi, degli attentati, dei sentimenti antistatali e individualisti, dei codici di vendetta e della mancata fiducia nella giustizia e nelle forze dell’ordine, una categoria da annichilire, distruggere, estirpare per sempre. Il pastore, sempre lui.

Eppure bastava anche meno, molto meno. Bastava anche..toh, una maledetta peste e una zanzara schifosa, ma si sa che le soluzioni arrivano sempre tardi.

“Le ammazzo tutte e mi iscrivo all’ufficio di collocamento, eh?” questa volta la risata, dal cuore, sgorga in petto a me. Forse dovremmo ubriacarci mentre osserviamo lo sfacelo delle campagne che splendono irreali sotto il sole, l’odore dell’alcool dovrebbe riuscire a coprire il puzzo di morte che ci perseguita e che non ci fa dormire la notte.

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Quando arrivi 306esima

Quando ti ritrovi a quel punto lì nella graduatoria non ti resta poi molto da fare. Del resto i posti erano 10, per un anno, certo, ma sempre meglio che lavorare a nero, meglio che non fare niente, meglio di 3 mesi (quando va bene) sottopagati, o due settimane aggratis e poi si vedrà, che a paragone i tempi del precariato erano un vero idillio.

Quella gente con un bel lavoro che si incazza con chi si fa sfruttare la sbatteresti volentieri 306esima in una graduatoria a fissare inebetita il tizio del centro dell’impiego che accompagna un suo conoscente “guarda, sei terzo” gli dice, e gli fa l’occhiolino, e tu lì davanti a fissare loro, il tuo numero 306 e il numero 3 di quello lì che è fortunato perchè conosce la persona giusta nel posto giusto. Scene così ti capitano spesso del resto, ed è tanto normale che quasi ci hai fatto l’abitudine.

Come ogni volta che presenti una domanda in uno di questi fottutissimi centri “ma lei non è iscritta qui, non posso accettare la sua candidatura”, e non sai se spaccare la faccia all’impiegato o cambiare residenza ogni volta per farti accettare una cazzo di domanda dimmerda. E avanti così, e passano i mesi, e passano gli anni.

Poi leggi i titoli dei giornali sulla disoccupazione e ti viene da ridere davanti a quelle strane scoperte su gente che il lavoro manco lo cerca più, oddio che scandalo pensare che hanno perfino rinunciato, come sarà stato possibile, mah. Il tempo di voltare pagina e poi ridere di nuovo davanti ai titoli quasi offesi, indignati, patetici, su chi si ammazza perchè è stato licenziato.

“Non è una questione di classe”, ti senti ripetere spesso, e infatti hanno ragione, è una questione di graduatorie, e di solito tu sei 306esima, o 500esima, o 1000esima. Non hai titoli, non hai esperienza, oppure sei qualificata diversamente, e ci vuole la foto, e non hai succhiato il cazzo, e le faremo sapere. C’è sempre una miriade di scuse pronte in questo gioco al ribasso in una marea di schiavi pronti a qualunque cosa pur di riuscire a campare, perchè di questo si tratta, di sopravvivere.

Ma l’importante è la salute, c’è un sacco di gente nella tua situazione, mal comune mezzo gaudio, cose così. E poi c’è l’amica, il parente, il conoscente, tutta quella gente da subire e che ne sa sempre più di te, che ti invita a fare questo e quello, a intrallazzare, a leccare il culo alle persone giuste, a sgomitare “eh, sei tu che non sei capace, peggio per te”: sono sempre lì, pronti a consigliarti su come accorciare quella graduatoria e risalirla, costi quel che costi, e arrivare tra i primi 10. Dieci fortunati miserabili, che per un anno avranno uno stipendio fisso per fare le pulizie.

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