Appropriazioni e ri-appropriazioni

Finalmente anche in Italia, dopo anni di tremendo ritardo, si comincia a parlare di appropriazione estetico-culturale di culture “altre”. C’è voluta tanta pubblicità e tanto marketing di cantanti bianche che facevano onde con le natiche in dubbi spettacoli musical-televisivi, ma alla fine meglio tardi che mai.

In tutto il resto del mondo invece il dibattito è decisamente avanti e quest’estate numerose bufere che avevano come oggetto questo argomento si sono abbattute anche su multinazionali riuscendo perfino a fermare produzioni o a ritirare prodotti commerciali: è il caso di Nike e della linea ispirata ai tatuaggi di iniziazione samoani (i maschili pe’a sulla brassiere femminile..mmm ottima idea, Nike) e di H&M con i sacri copricapi navajo con tanto di piume finte in vendita nei negozi canadesi e fonte di figuremmerda mondiale (l’anno scorso l’appropriazione sui nativi era toccato a Victoria’s Secret). Nel mezzo, sempre quest’estate, ci siamo dovuti subire anche Lady Gaga con quell’orribile burqa fucsia che abbiamo visto tutti.

Se da una parte, finiti gli anni 2000 dove chi più chi meno abbiamo dato un po’ tutti/e la stura al nostro bisogno di globalizzazione coi bindi in fronte e i dreadlocks a tutto spiano e abbiamo poi dovuto fare i conti con i simboli e i significati che si celavano dietro tanto marketing con una maggiore consapevolezza culturale sia da parte nostra che da parte di culture che i bianchi considerano minoritarie (ossia tutte le altre culture tranne quella bianca), dall’altra parte invece stiamo assistendo ad una recrudescenza dell’appropriazione culturale in chiave esplicitamente estetica e in un’ottica genderizzata con il tam tam insistente sulla sessualizzazione della donna non bianca, il vero leitmotiv di questa nuova ondata razzista.

Ora, io non sono esattamente una maniaca del trucco e di tutorial sul make up, anche perchè onestamente non mi posso permettere di comprare tutti quegli aggeggi pennelli e quelle schifezze trucchi da mettere in faccia però mi è capitato spesso di assistere a certi fenomeni da youtube dove tizie che potresti incontrare alla messa delle 8 o agli aperitivi nei locali si facevano la guerra rubandosi manipoli di seguaci tra i canali e qualcuna di loro è finita pure in televisione a dare consigli (non richiesti) su come cammuffare un brufolo col pus o come stendere l’ombretto con lo sputo (io guardo solo roba trash, si sa).

Spesso i vari trucchi e parrucchi di questi tutorial sono ispirati a personaggi famosi, cantanti, attrici, modelle, a situazioni tipo “capodanno assieme a tuo nonno con la gotta” o a momenti della giornata, ma non manca mai quello esotico, araboindiano, tribale (eh?) o giappocinese de noantri con risultati spesso ridicoli, sconfortanti e anche al limite della pena. Talvolta non si tratta nemmeno di appropriazione culturale, basta uno stereotipo random della diversità e dell’alterità (io mi trasformo nell’idea che ho di lei che è diversa da me perchè lo dico io) per passare direttamente al razzismo e alla confusione più becera. Un esempio tra tanti e tra i più lievi:

L’esempio invece di tutorial dove non c’è appropriazione culturale ma semplice riappropriazione contro gli stereotipi razzisti imperanti dove il rossetto rosso per le donne nere no proprio no, con quelle labbra carnose mai, bisogna sempre sfumare, al massimo un po’ di gloss al centro sennò si vedono troppo e mi raccomando colori discreti (ho letto queste cose in rete, si trovano ovunque giuro) lo affido a Loretta Grace, cantante italiana, che nel suo canale youtube oltre a dar sfoggio di una bellissima voce riesce anche a farmi credere che un giorno (molto lontano suppongo) anche persone come me potranno interessarsi al meraviglioso mondo dell’estetica (che pazienza che c’hai, benedetta figliola):

Stanno nascendo insomma, in risposta a questa nauseabonda ondata di appropriazione culturale, nuove prese di coscienza e nuove consapevolezze che non ci aspettavamo fino a qualche anno fa nemmeno in un paese fortemente in ritardo come l’Italia: la giusta reazione ad una mera operazione commerciale che stavolta, come ho già avuto modo di scrivere in precedenti post, ha come oggetto soprattutto la donna e il suo corpo. Il corpo della donna “altra” che finisce per diventare un vuoto contenitore da riempire a seconda del significato che i bianchi e le bianche riescono a dare al momento: un corpo che va esotizzato, vestito o svestito, salvato ma soprattutto sessualizzato a seconda delle nostre esigenze in senso decisamente razzista e neocolonialista.

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