La delega

Domenica prossima si voterà ancora, per l’ennesima volta. C’è chi deve eleggere l’amministrazione comunale e/o chi voterà per le cosiddette europee: fatto sta che una buona fetta di persone si recherà alle urne per mettere una crocetta su una scheda elettorale con una riflessione più o meno approfondita sull’atto che sta compiendo.

Purtroppo, o per fortuna, l’attenzione per il voto o il diritto di voto non è mai diretta verso  la figura del votante ma al contrario è riservata all’astensionista, identificata come figura silente, amalgamata in una maggioranza in ombra, risoluta o titubante (i cosiddetti “indecisi”) a seconda dei contesti.

L’astensionismo in realtà è un fenomeno molto complesso che racchiude una vasta gamma di pensieri molto diversi tra loro: si va dal menefreghista vero e proprio alla persona non informata a chi non riesce a riconoscersi in nessun partito politico ai disillusi della politica partitica agli anarchici a tante variegate diversità, tante quante sono le personalità che compongono questa galassia non partecipante.

Negli ultimi anni sono stati effettuati molti studi sull’astensionismo in diversi Paesi e sono stati sviluppati alcuni progetti interessanti a tale proposito, ma ciò che resiste e sommerge un dibattito intelligente sull’argomento, spiace dirlo, è soprattutto il pregiudizio e lo stigma sociale nei confronti di chi non va a votare, una preclusione talmente forte e difficile da scardinare che spesso e volentieri porta ad identificare la scelta del non recarsi alle urne con il menefreghismo:

Le altre accuse agli astensionisti di solito sono sempre le stesse e si rifanno ad un bacino comune stereotipato di frasi populiste sentite, rimasticate e sputate senza alcun vaglio critico. Farò altri banali esempi sempre tratti da Internazionale di questa settimana e relativi commenti:

Questa è una delle frasi che gli astensionisti si sentono dire più spesso e che dovrebbe instillare una sorta di senso di colpa cristiano per non essere andati a votare. La prima volta che me l’hanno detta ci sono rimasta di porfido: ma come? C’è gente che è morta per farmi votare e io non lo sapevo? E chi è? Ovviamente poi, preoccupatissima, sono andata a sbirciare la storia dei movimenti per il diritto al voto e ho scoperto che qualcuno ci ha rimesso le penne davvero (ad esempio la suffragetta Emily Davison) ma ho scoperto anche che molta gente, al contrario, è morta perchè invece io non votassi affatto e non delegassi a nessuno la mia responsabilità politica e sociale.

In realtà tale asserzione ha un sottofondo populista non indifferente, con quella frase ti vorrebbero dire che i partigiani hanno combattuto non per liberare il loro paese (o il paese di altri) dal nazifascismo ma per far sì che le persone possano recarsi alle urne. Questo è un falso storico clamoroso a cui non vale neanche la pena rispondere e che si rifà ad una certa idea di monopolio dell’antifascismo che per fortuna, nel corso degli anni, è stata abbondantemente superata.

“Chi non vota perde/dovrebbe perdere il diritto di voto”

Ovvio. Chi non divorzia perde o dovrebbe perdere il diritto di divorziare. Chi non abortisce dovrebbe perdere il diritto all’aborto. Chi non studia dovrebbe perdere il diritto allo studio e così via. Questo, ahimè, è uno dei tanti rovesci della medaglia del vivere in una democrazia rappresentativa: dimenticare ogni significato, anche quello più basilare, non solo la lotta e l’ottenimento ma anche il senso della parola “diritto”, un po’ per pigrizia e un po’ per menefreghismo, per l’appunto.

Ma perchè? Se non voto muoio? O mi si secca la lingua? Sono forse esonerata dal pagare le tasse? La politica è un affare di tutti e di tutte, non può essere privilegio e appannaggio solo di alcune persone (i votanti) esprimere un parere su gestione, amministrazione, organizzazione. Questo è un altro di quei paradossi e cortocircuiti della democrazia rappresentativa con cui spesso ci si ritrova ad avere a che fare e che purtroppo è stato usato nel corso di questi anni per fare leva e discriminare persone che non hanno accesso al voto per causa di forza maggiore, come molte persone migranti.

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Insomma, il focus su voto e diritto di voto rimane sempre concentrato sull’astensionista, la parte colpevole della società, colui o colei che dà il silenzio-assenso, che si rimette alla cosiddetta volontà degli altri.

Ciò che viene invece chiamato “meccanismo della delega” difficilmente è preso in considerazione, anzi talvolta risulta un argomento noioso e evitato dagli anarchici stessi che si ritrovano invece a criticare l’astensionismo fine a se stesso, quello non militante o non accompagnato da spirito d’insurrezione (e di questo si può discutere ma non ora, non qui, in questa pingue immane frana).

Invece siccome io adoro ciarlare a vanvera delle cose di cui non parla nessuno direi che andare a toccare il meccanismo della delega ci sta tutto in questo momento. Detto anche “il meccanismo del non me ne può fregare di meno, una crocetta e passa la paura” o “il miglior modo per lavarsi la coscienza” a seconda di come gira, è qualcosa che tutti e tutte abbiamo vissuto talvolta nella vita quindi racconterò una storiella abbastanza comune che a molte persone, ne sono certa, non piacerà affatto.

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E oggi è domenica e Pincopallo va a votare per le europee, e siccome è ateo non va mica a messa la domenica mattina, non scherziamo, va alle urne a fare il suo dovere di cittadino perchè lui dello Stato si fida.

E’ una bella giornata di sole, Pincopallo sorride tra sè nel vedere tutte quelle persone che vanno in chiesa vestite con l’abito buono e pensa che non ha mai capito come possano avere fede in qualcosa che non esiste, gli sembra veramente assurdo.

Arrivato al seggio entra tranquillo, c’è poca gente, ha tutto il tempo per dare un’occhiata ai giganteschi tabelloni con le liste appeso all’ingresso.

E lì: il panico.

Ma che è tutta questa roba? Aspè, ma questo simbolo? E questo? E quest’altro?

Non è che lui non si sia informato, ci mancherebbe, anzi ha visto tutte quelle trasmissioni in tv con Santoro e con Vespa quindi le cose le sa, cioè: più o meno le sa, a grandi linee.

Ma tutto questo ambaradan proprio non lo conosce.

Però aspè, quel suo amico ha detto che quel candidato lì è un tipo onesto ma no, l’amico non vota il suo stesso partito e quindi ciccia, la decisione rimane presa e basta. 

Eppure, nonostante la fermezza, resta lì un buon quarto d’ora a guardare con la bocca semiaperta tutti quei nomi di cui non aveva idea, e come lui anche altri elettori, e si accorgono della presenza l’uno dell’altro e un po’ si vergognano tra di loro, di quegli sguardi e delle loro perplessità, si sentono in colpa, come se qualcuno li avesse sorpresi a rubare.

Pincopallo si muove verso la presidente di seggio che, espletate le formalità della tessera elettorale e del documento, gli consegna scheda e matita. Dentro la cabina elettorale quella scheda sembra grandissima, piena di simboli, così non se l’aspettava proprio e ogni volta la sorpresa è la stessa identica precisa. Mette la X sul Partito Fuffa senza pensarci troppo, ripiega la scheda ed esce.

“Pincopallo ha votato” dice la presidente del seggio. Fatto? Fatto.

Pincopallo ha votato. Quindi se ne va, tranquillo, leggero. Più o meno. Perchè la leggerezza non dura tanto, perchè comincia a farsi strane domande. Tipo chi ha votato alle ultime europee.

Si ricorda il partito, certo, il Partito Fuffa ovviamente, ma fu eletta gente di quel partito che lui non aveva scelto, chi minchia era quella gente? Non se lo ricorda mica.

Insomma, non sa chi ha eletto durante le ultime elezioni europee, non sa chi ha contribuito a mandare al potere e prendere decisioni per lui, non sa se quelle persone si sono comportate bene o male.

Non sa né chi sono quelle persone né per quale provvedimento hanno votato, se in tale giorno si sono dichiarati favorevoli a tali sovvenzioni per l’agricoltura, se erano contrari o si sono astenuti per una normativa su scuola, salute, sull’economia, non sa se le risoluzioni che hanno preso gli sono andate bene o sono a suo sfavore.

Non lo sa perchè non si è informato o forse perchè non si può informare, perchè nessuno gli dice se gli eletti (quelli che lui non ha scelto direttamente) quel giorno in cui si decideva tale cosa erano presenti o assenti e che lavoro hanno svolto nei tanti anni in cui hanno occupato quella poltrona; ci sono solo i loro propagandistici e parziali interventi sui blogghini personali che aggiornano ogni tanto e basta.

Pincopallo non può accedere alla politica a quei livelli e non può partcipare alle decisioni che vengono prese ogni giorno, tutti i giorni, sulla pelle delle persone, non è messo nella condizione di poterlo fare.

Ma c’è di più: Pincopallo si è disinteressato delegando a partiti e persone che non conosce, ha compiuto il suo diritto-dovere e se n’è fregato, non si è posto proprio il problema di andare a sapere che fine ha fatto il suo voto. Ha rinunciato alla sua esigenza di fare politica diventando passivo anzichè attivo.

L’unica cosa che gli è rimasta e che sceglie di fare è mettere la croce sulla scheda e sperare che tutto vada bene. Avere fede nel proprio partito, nel proprio Stato e nella Costituzione che difende tanto nei commenti su facebook.

Avere fede come quelli che vanno a messa e che non capirà mai.

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