Di cyberstalking, Boldrini e Giovanni

C’era una volta il web due punto boh.

Sarà stato il 2009, la rete sembrava lo stesso far west di oggi ma più incerto, più avventuroso, meno definito: i socialnet erano in piena espansione e a parte qualche scafato delle mailing list, una grande massa di persone cominciava ad avere una vita sociale virtuale proprio in quel momento.

Le femministe in rete non erano tantissime (ora sono molte di più fortunatamente): alcune che avevano capito le potenzialità del web lo frequentavano da anni in maniera spericolata. C’erano le singole blogger, le pioniere di facebook, le mediattiviste.

Poi c’erano i fortini assediati (blog e siti), e assedio è la parola giusta: da quando una donna mediamente autodeterminata comincia a navigare e ad esprimersi in rete l’assedio è garantito, sicuro al 100%. Io che gestivo pagine facebook con altre ricevevo minacce di morte, sodomia, stupro, violenze varie ed eventuali, molestie sessuali, come nulla fosse. Era cosa risaputa, lo sapeva anche la più svampita tra di noi che esisteva il cyberstalking, che i sessisti si aggiravano come squali e segnalavano profili, persone, clonavano blog, siti di donne, era una grande ovvietà per noi femministe. I maschilisti erano (e sono tuttora) particolarmente violenti, si riunivano in branco e facevano strage di qualunque cosa riguardasse il femminismo: li si poteva trovare indifferentemente su Indymedia intenti a linkare articoli a favore della PAS o ad attaccare in massa le pagine antiviolenza di note deputate piddine (quella che “ommioddio mi hanno affossato la pagina, mandatemi materiale su questi cyberstalker, la cosa è grave, la porto in parlamento” e poi non ha mai alzato un dito, ma questa è un’altra storia)

Vagando nel web mi imbatto in Giovanni Pili e nel suo sito ed è subito amicizia: Giovanni è sufficientemente pazzoide da volerci dare subito una mano a diffondere notizie sulla misoginia nel web e a far conoscere questo fenomeno sconosciuto a buona parte delle persone digiune da discorsi di genere. Il risultato nel corso degli anni è una collaborazione tra me e lui: è del 2010 la pubblicazione di questo articolo di Ladyradio; da allora molti miei articoli sul femminismo si sono intrecciati ai suoi e di altri/e.

Una decina di giorni fa vengo a sapere che Laura Boldrini, la stessa che oggi tuona sulla misoginia nel web dalle colonne di RePubica (quel giornale online infarcito di donnine nude per intenderci), ha censurato un articolo di Giovanni, ha mandato poliziotti a casa di giornalisti, ha fatto partire denunce. La colpa del mio amico  Giovanni è di aver smascherato la bufala sull’immagine della finta Boldrini nuda, di aver preso le sue difese e di aver indicato i responsabili dell’ennesimo tentativo di danneggiare una donna. Questa censura ad opera di Boldrini è roba da analfabeti digitali, da guerra preventiva nei confronti di uno strumento che si disconosce e si preferisce ormai da troppo tempo continuare ad ignorare: internet.

Lo stesso strumento che in questo preciso istante, dopo le parole della presidente della camera, veleggia al centro delle stesse sterili polemiche di sempre, le polemiche degli idioti finti libertari che difendono questa grande meraviglia della rete, ossia la possibilità o meno di scrivere cazzate ovunque, di minacciare, compiere reati digitali in nome di una presunta “libbbertà del webbe” dove il massimo della libertà è utilizzare piattaforme ben servite da multinazionali e apporre il loro like su facebook o in altri sistemi già dati.

Ovviamente poco importa a questi paladini della rete che esistano fenomeni come lo squadrismo o il cyberstalking, non gliene potrebbe fregare di meno: “anch’io ho ricevuto minacce”, affermano quasi con baldanza facendo la figura di quelli che ad un convegno sulla fame nel mondo si lamentano per il paninetto che hanno mangiato a pranzo. E con questo ragionamento della censura che starebbe lì lì per arrivare spostano sempre il problema che guardacaso, ricasca sempre sulle vittime. Del resto, perchè sollevarlo il problema, chi se ne frega, possiamo farne tranquillamente a meno come abbiamo fatto finora: Boldrini si è sfogata, prima o poi faranno una legge che a noi povere mortali non servirà a nulla, la cultura e l’informazione continueranno ad essere sempre la stessa merda e andremo avanti così.

Non ci servono leggi, non ci serve la repressione. Non ci serve la stupida difesa a oltranza di uno strumento non libero, non ci serve la convinzione di salvare il mondo con un tweet o un click.

C’era un volta il web due punto boh e c’è ancora. Quello che manca è la testa per utilizzare questo strumento, la nostra testa.

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Quante favole

“Sai, a volte penso a D. e lo immagino come un principe azzurro, ma vero, ti giuro, seduto sul cavallo bianco, che scende da palazzo X e mi viene incontro”

“Stai scherzando, vero? Dai, dimmi che stai scherzando..”

“No, non scherzo”.

Ti guardo e penso a quanto lavaggio del cervello, pubblicità, favole, racconti, storie varie, ti si sono infilate nella mente e hanno creato tutto ciò, perchè tu di tua sponte sto cazzo di principe potevi crearlo marchese, o ciabattino, o infermiere e non solo azzurro ma pure rosso, fucsia, verde acquamarina, che ne so.

E’ un attimo e io già deliro. Continue reading

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Primavere

E’ con grande piacere che saluto il nuovo progetto delle stupende favolosità di Femminismo a Sud, compagne e compagni con cui ho avuto il piacere di condividere una parte del mio cammino, talvolta con la fatica e la difficoltà dovute alle differenze tra personalità ed esperienze, più spesso con gioia ed entusiasmo, desideri e maturazioni personali e collettive. Il blog si chiama Intersezioni, ed altrimenti non poteva essere, vista la bellezza delle differenze e delle comunanze tra percorsi diversi, uniti dall’intento di trasmettere e comunicare liberazione in un’ottica antisessista, antifascista, antirazzista e antispecista. Seguirò e linkerò per quanto potrò, in mezzo agli asfodeli in fiore, questo progetto a cui auguro tanta fortuna.

E ancora un video dagli amici di Sidealibera (presto nella grande famiglia Noblogs) frutto di riflessioni collettive sul documento Nato 2020 e sulle sue implicazioni nella nostra terra, la Sardegna, terra di militarizzazione da decenni che continua a subire effetti devastanti a causa della colonizzazione italiana, un video da seguire passo passo per conoscere i prossimi scenari ai quali stiamo andando incontro.

Infine segnalo la bella intervista di Laura Gargiulo per A rivista dal titolo “A sa sardA” al Collettivu S’Ata Areste, collettivo femminista e lesbico in centro Sardegna che parte da un progetto di emigrazione di ritorno e si sviluppa in maniera sostenibile in un’ottica anticolonialista e antisessista. A breve, anzi a brevissimo, ci sarà l’apertura dell’Arkivi@: “Stiamo raccogliendo testi politici, documenti, romanzi, saggi, opuscoli, riviste e fanzine, fumetti, film, manifesti, adesivi, cartoline etc. relativi a lesbismo e lesbofemminismo, anarcofemminismo, femminismo, movimenti lgbtiq, tematiche di genere, arte, ecologismo e antispecismo, anarchia e movimento anarchico, movimenti in Sardegna e a livello internazionale…
Ci appoggiamo in una casa ma cerchiamo una sede!
Chi volesse contribuire alla crescita di questa neonata Arkivi@ con donazioni di ogni genere può scriverci qua: mojumanuli@autoproduzioni.net

 E’ così che si rinasce, è così che si fiorisce.

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Io non sto con le Femen

Le ho conosciute le Femen italiane al secondo Feminist Blog Camp, non erano quelle famose alte magre magre molto bianche bionde tipo Inna Schevchenko, che trovi in ogni dove sui quotidiani più pruriginosi (tipo RePubica e Le Ore), erano proprio ragazze italiane: simpatiche, intraprendenti, con le idee chiarissime su ciò che vogliono ottenere e su come.

Le ho tempestate di domande e mi hanno riposto belle precise e dirette come piacciono a me, perfino sulla loro contrarietà alla prostituzione volontaria. Però io non sto con le Femen, e mi spiace un po’ dirlo perchè mi sembra retorico ma forse era anche ora che lo dicessi che le loro azioni non le condivido proprio per niente.

Per oggi le Femen hanno organizzato la “Topless Jihad” per la “liberazione” di Amina (una Femen tunisina di cui non si hanno notizie confortanti per il momento) in varie città e non si capisce perchè l’azione più clamorosa si sia tenuta a Parigi davanti ad una moderatissima moschea, che proprio un covo di cattivi salafiti non è, oltretutto in Francia che non mi risulta essere la Tunisia, ma forse gli si sarà spirato il passaporto sennò potevano prendere anche la nave, ricordo che un tempo c’era il traghetto Tirrenia che partiva una volta a settimana da Cagliari, ma volendo potevano prendere pure la SNCM che i corsi, per dirla alla Julio Iglesias, sono un po’ pirati un po’ signori..

Ma sto divagando.

Una pericolosissima Femen

Tra i mille gossip che circondano le loro azioni arriva perfino la voce che alcune attiviste francesi abbiano abbandonato Femen durante questa “topless jihad”: purtroppo ormai non si sa più se credere o no a ciò che accompagna questa organizzazione, l’unica cosa reale sono le immagini di poliziotti che si accaniscono su ragazze seminude e indifese, spesso trascinate con la forza: uomini coraggiosissimi che compiono sforzi sovrumani per allontanare queste esili donne armate di tette nude pericolosissime, come ben insegna la mitica Afrodite A.

Trovo curioso anche che le Femen non siano andate a manifestare pro Amina durante il Forum Sociale Mondiale che si è chiuso solo 4 giorni fa proprio a Tunisi: lì avrebbero trovato le compagne anarcofemministe di Feminism Attack e molte altre femministe tunisine. C’erano perfino le donne che rivendicano il niqab come strumento antioppressivo e anticoloniale, magari ci si poteva, perchè no, parlare, ma si sa che io ho idee stranissime su come debbano andare le cose tra esseri umani.

Tra le tante anime che agitano la Tunisia in questa grande transizione nessun movimento di supporto è nato per il caso di Amina, un caso tutto occidentale che trova il suo apice nella marea islamofoba che ormai monta in tutta Europa e trova terreno fertile in tante donne bianche che non lottano più per se stesse ma per liberare bovera donna afrigana obbressa.

In questi giorni ormai lo smarcarsi prende il largo, mi imbatto perfino in una pagina facebook dal titolo esplicativo: “La Femme Tunisienne n’est ni Femen ni Meherzia” dove per Femen si intende Femen e per Meherzia si intende proprio Meherzia Labidi del partito Ennahda: invece delle immagini di Amina che occhieggiano ovunque dai nostri informatissimi media troviamo le foto dell’immarcescibile Nawal al Sa’dawi, vera fonte di ispirazione e grande punto di riferimento per tantissime femministe arabe.

Sui siti italici invece è tutto un montare di notizie assurde e fugaci tra blogger che ci danno notizia dell’instaurazione della shari’a (così, da un giorno all’altro) e giornalisti che si inventano lapidazioni pubbliche di donne con il seno scoperto: tutto ciò farebbe anche molto ridere se non fosse che fino a poco tempo fa questa gente stava tutta affacciata a osservare la famosa “primavera araba”. I technocuriosi che erano impegnati a discettare di politica su Nawaat de Tunisie e a fare tanto i fighi su come il “dégage” poteva finire ora non sanno più nulla, che sarà successo bho, questi tunisini sono spacciati, per fortuna ci sono le Femen che fanno finalmente luce sulla condizione delle donne tunisine e forse forse riusciranno pure a toglierglielo questo velo, magari strappandoglielo anche di dosso, chissenefrega.

Io non sto con le Femen, non riesco proprio a starci, preferisco mille volte stare con le donne che desiderano autodeterminare la propria lotta senza interventi neocolonialisti di donne islamofobe che ormai si trovano un po’ ovunque, sono come la zizzania, tutte molto impegnate a fare guerra a sorelle che per un malcelato razzismo sarebbero più oppresse di loro e che proprio non ne vogliono sapere di essere liberate. Fortunatamente.

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L’otto tutto l’anno

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One Billion Rising: quando l’evento non è nazionale

One Billion Rising: Gwalior, Madhya Pradesh, India

One Billion Rising: Gwalior, Madhya Pradesh, India

Ieri si è svolto in tutto il mondo il flashmob internazionale One Billion Rising contro la violenza sulle donne. Partito da una chiamata di Eve Ensler, già nota per i Monologhi della Vagina e i vari V-day, ha coinvolto donne e uomini di tutto il pianeta: scopo della manifestazione era ovviamente non un semplice balletto da danzare sulle note di Break the chain ma un modo per sensibilizzare milioni di persone sul tema della violenza di genere. Trasversalità è stata la parola d’ordine ma anche la precisa decisione di non dare un colore politico ai vari eventi che si sono succeduti nel corso di questa spettacolare ventiquattr’ore in totale autogestione.

In una Italia sotto campagna elettorale, a livello mediatico, questa giornata è stata da una parte accolta con una “profonda” analisi, ossia è stata bollata e catalogata da subito come “una pagliacciata”, mentre da un’altra parte è stata vista come l’occasione ideale da strumentalizzare e dirottare per far emergere facce note e partiti politici che si sono fatti beffe della mancanza di colore politico della manifestazione e hanno cercato in tutti i modi di cavalcarla per trarne visibilità.

A livello non virtuale ma reale invece, migliaia di singole donne e in generale milioni di persone in tutto il pianeta si sono mobilitate autorganizzandosi per riuscire a far parte di questo avvenimento mondiale: ore di prove, incontri, condivisioni, discussioni, danze, si sono succeduti per giorni, talvolta per mesi, in preparazione all’evento finale.

Avendo messo a disposizione di chiunque ieri questo articolo del Huffington Post che muove delle critiche serissime e importanti all’OBR e avendolo visto condiviso e riassunto un po’ ovunque da donne bianchissime e nazionalizzate, mi sono posta anch’io il problema dell’internazionalità dell’evento e della sua presunta colonizzazione: se da una parte può essere vero che alcune donne congolesi o iraniane abbiano mosso delle critiche di neocolonialismo (mentre nei commenti all’articolo ci sono le smentite) e alcune si siano addirittura “sentite offese”, d’altra parte la localizzazione dell’OBR, l’autorganizzazione e l’autogestione hanno di fatto controbilanciato queste critiche. Cosa accade infatti quando una manifestazione non è nazionale ma internazionale?

Per farmi un’idea maggiore di come si sia svolto localmente l’avvenimento ho chiamato semplicemente al telefono Anna, una delle organizzatrici di One Billion Rising a Nuoro e le ho fatto qualche domanda.

Jo: Ciao Anna, raccontami un po’ com’è andata, come avete fatto ad organizzarvi, incontrarvi..

Anna: Ciao. Come ben sai Nuoro è una realtà piuttosto piccola, ci si conosce, si hanno amici in comune, ci si saluta, è andata nel modo più semplice possibile: con il passaparola. E poi da lì abbiamo cominciato a condividere l’evento sui nostri profili facebook e infine abbiamo creato la pagina. In pochissimo tempo abbiamo cominciato a vederci e provare, fino all’appuntamento finale.

Jo: Avevi già partecipato a manifestazioni nazionali, come Snoq il 13 febbraio 2011 ad esempio?

Anna: No, non avevo partecipato. Di OBR ci è piaciuto proprio il fatto che si potesse organizzare e partecipare dal basso, questa cosa ci ha veramente entusiasmato. Snoq c’era, o meglio c’erano le persone che ne fanno parte ma non sono mica venute come Snoq: sono venute come Paola, Manuela, Patrizia, come tutte le singole che hanno deciso di unirsi alla danza collettiva. Perfino alcune persone delle istituzioni mi hanno contattata per telefono dopo aver saputo la notizia del flashmob e io ho spiegato che per aderire bastava scendere in piazza e danzare come tutte noi.

Jo: A proposito di danza, oltre alla coreografia di Break the Chain ho notato con sorpresa anche la presenza di mamuthones e issohadores, maschere tradizionali del carnevale barbaricino che sta impazzando in questo periodo dell’anno.

Anna: Sì, queste maschere sono una presenza che abbiamo fortemente voluto poichè fanno parte della nostra identità, sono un elemento che ci contraddistingue. I mamuthones e gli issohadores per di più sono maschi e rappresentano profondamente, in maniera ancestrale, il maschile nella nostra tradizione: per questo motivo li abbiamo voluti “contaminare” e abbiamo deciso di volerli con noi.

Jo: A Nuoro mamuthones e issohadores, a Oristano invece simbolo della manifestazione la regina Eleonora d’Arborea e c’erano perfino i tenores. Balli sardi tradizionali e flashmob globalizzati hanno accompagnato i vari appuntamenti del OBR nostrano: com’è potuto accadere?

Anna: OBR era non solo autorganizzato dalle persone del posto ma si declinava a seconda della località, della tradizione, della cultura in cui l’evento si svolgeva. La coreografia era solo un canovaccio in cui intessere la propria danza contro la violenza sulle donne. OBR è stato un evento glocale dove la globalizzazione e l’internazionalità si sono fuse con la localizzazione e la particolarità dando vita a avvenimenti differenti e unici a seconda della latitudine in cui si sono svolti.

La glocalizzazione dunque, come altro filo conduttore dei vari eventi , la possibilità di poter declinare un tema importante come la violenza sulle donne a livello internazionale a seconda della cultura di appartenenza, unendoli universalmente con la temporalità dell’azione senza imporre cappelli nazionalisti ma lasciando intatta la specificità dei singoli avvenimenti.

Sulle altre critiche rivolte alla manifestazione, mancando un’adeguata analisi italiana a riguardo, le domande restano invece aperte: One Billion Rising è stata un’occasione presa al volo o mancata? Una stupida pantomima che “non serve” a niente? Un’occasione per mettersi in mostra e acchiappare voti in vista delle prossime elezioni? Forse alla fine nessuna di queste cose. Forse, come spesso accade, la complessità è troppo difficile da definire e contenere.

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Due cose

La prima è: come ho fatto a vivere finora senza aver mai ascoltato Rossella Faa?

Nel panorama musicale sardo, tra una tradizione ancestrale importante, il jazz declinato nella sua sarditudine e latitudine, il rock e l’hip hop politicizzato e indipendentista, Rossella Faa mi scompiglia le carte, mi sconvolge le certezze, mi affascina e mi incanta.

E al contempo mi guida verso un mondo molto simile a quello mio di bambina, tra favole e storie sarde, tra pettegolezzi e ricette magiche e di cucina. E mi accompagna mentre faccio le pulizie, depressa per tutte quelle ragnatele, mentre canto una canzone americana per tirarmi su il morale in attesa di aprire le finestre di casa mia alla primavera (e sa domu mia open the windows a su berauuu):

 

Rossella è una donna, è tutte le donne, leggera e pesante allo stesso tempo, il suo sardo campidanese scivola come portoghese nel suo speciale omaggio alla musica latina e alla sua isola, cantastorie con mille volti e mille suoni.

Due cose, dicevo, e la seconda è: come ho fatto finora a non conoscere Therese Clerc?

Therese Clerc, 84 anni, femminista e fondatrice de La Maison de Babayagas, casa di riposo per donne autogestita. E’ un progetto meraviglioso quello di Therese, che parte nel 2005 e ha il preciso scopo di offrire non solo un luogo di vita ma uno sguardo differente sulla vecchiaia.

Come la Baba Yaga, figura mitologica delle favole slave, che vive nel profondo della foresta, così le donne della casa hanno un’impronta ecologica all’insegna della condivisione delle esperienze, con spazi interamente dedicati alla ricerca e alla formazione sull’invecchiare bene, perchè come dice Therese: “la vecchiaia non è un naufragio”.

*A proposito di favole e storie: grazie a te Janedda mia che dalla Francia mi hai mandato il link su Therese, io dall’isola ricambio come vedi..e a sichire a contare contos, siat :-)

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Meno di zero

Che ci fossero femminicidi di serie A e di serie B e che la violenza maschile sulle donne non fosse sempre ugualmante condannabile per l’opinione pubblica non avevo dubbi.

Ne parlava Isoke Aikpitanyi qui, e la differenza tra femminicidi compiuti su donne bianche, conteggiati e enfatizzati talvolta fino al parossismo, fanno purtroppo da contraltare alla mancanza di notizie sui femminicidi di donne nere, spesso prostitute o considerate immigrate clandestine: il più delle volte nemmeno un trafiletto sui giornali. Tutt’altra musica invece se una giovane donna italiana viene stuprata o uccisa da un uomo non italiano: c’è gente che per aver gonfiato ben bene i femminicidi compiuti da stranieri si è trovata eletta e benedetta e adesso occupa poltrone seduta bella larga.

E così, anche in Sardegna ieri c’è stato un femminicidio, ma un femminicidio così così, un femminicidio piccolo, banale, insignificante, un femminicidio che non vale la pena di interrogarsi, di conteggiarlo, di indignarsi sul socialnet, di farci le trasmissioni in televisione. Lei aveva 87 anni, l’assassino ne ha 90, ha pure cercato di ammazzarsi lui, povero vecchio, è tanto un uomo mite, dicono i giornalai. Subito i domiciliari per questo marito assassino, che volete che sia. Magari c’aveva pure l’alzheimer, che ne so, tanto quando hai queste patologie le famose “istituzioni” non ci sono mica, è una roba di famiglia la malattia, e pure il femminicidio quando ci scappa.

E la notizia resta lì, confinata nel quotidiano locale anche oggi, non si sentono reazioni né strilli di femministe né conteggi né cifre sparate a muzzo. Non è un paese per vecchi, questo, per vecchie meno che mai. Quanto vale la vita di una donna di quasi novant’anni per i media direi nulla, quanto vale per i lettori o telespettatori meno di zero. E’ solo a me che rode come un tarlo, è solo che tutto questo mi lascia smarrita e confusa; io che coi vecchi e in mezzo ai vecchi ci vivo non riesco a sopportare questo assordante silenzio.

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Stupri in India e neocolonialismo italiano (aggiornamenti)

Questo post prosegue da qui. Mio malgrado sono costretta a pubblicare gli aggiornamenti sui media italiani neocolonialisti, che a dispetto di tutto, continuano a fare presa e ad avere un notevole seguito.

Stamattina il sito dell’Ansa ha pubblicato questa notizia:AnsiaLa notizia è rimbalzata nel web italiano istantaneamente e ha conquistato la homepage di Repubblica e La Stampa nel giro di pochissimo tempo:Repubblica, contrariamente al titolo Ansa, precisa: “in un distretto” dando la precedenza ad un tentativo di linciaggio che però risulta essere il linciaggio di un negozio (vedi mito del selvaggio) e attribuendo la notizia del soprabito ad un singolo territorio, non più al subcontinente indiano nella sua interezza.

Basta infatti fare un giro veloce in rete, sui media generalisti indiani, per scoprire che questo fatto in India ha tutto un altro tipo di importanzaLa notizia è infatti quella che io ho cerchiato in fucsia (un omaggio alla Gulabi Gang che ormai imperversa ovunque ->vedi sempre il mito del selvaggio)

Come mai tanta disparità fra i due paesi nel dare quest’informazione?

Se andiamo ad esaminare la notizia italiana scopriamo infatti che la notizia si riferisce al territorio di Pondicherry. L’Ansa, Repubblica e La Stampa si impegnano a farci sapere che trattasi di ex colonia francese, non si capisce bene perchè, probabilmente per fare un po’ di storia aggratis, dopodichè la notizia su cosa sia il territorio di Pondicherry si ferma lì. Basta però fare un giro su Wikipedia per scoprire che cos’è davvero Pondicherry, ossia un minuscolo territorio diviso in 4 distretti che non ha nemmeno un milione di abitanti.

Per fare un paragone su quanto è successo oggi, è come se sulla homepage di Publico, quotidiano portoghese, campeggiasse la notizia di un’ordinanza del sindaco di Pignataro Maggiore sull’obbligo di allungare le gonne alle donne, facendola passare per un problema che riguarda l’Italia intera, suscitando indignazione nei suoi lettori e nelle sue lettrici e mistificando la realtà.

Nel frattempo, mentre gli italiani e le italiane si baloccano con il colonialismo, l’articolo di Vandana Shiva The Connection Between Global Economic Policy and Violence Against Women del 3 gennaio è passato totalmente inosservato a casa nostra, sia nei media generalisti che in quelli alternativi e femministi. Sempre nel frattempo, la protesta, come riporta il Guardian (grazie Enrica) si allarga a Nepal, Sri Lanka, Pakistan e Bangladesh nel nostro silenzio generale.

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Damini e il neocolonialismo italiano

Damini è morta. Damini non c’è più. Damini.

L’hanno ribattezzata così le persone che non conoscono il suo vero nome, la giovane studentessa di Delhi che di ritorno dal cinema con un amico è stata brutalmente stuprata in un bus e ridotta in fin di vita. Damini, a proposito di cinema, come il nome di quel vecchio film in cui la protagonista si batte contro la famiglia e la società per far ottenere giustizia ad una vittima di stupro di gruppo. Damini, Nirbhaya, Amanat, nomi che avevano già identificato la ragazza come un’eroina, prontamente immersa in quel processo mitico-epico-eroico e anche un po’ nazionalista a cui molti indostani non riescono proprio a rinunciare. Damini s’è pure un po’ persa tra i fumi del capodanno e le devastazioni alcoliche e mangerecce degli ultimi giorni, diciamocelo pure.

Questa è stata una lunga settimana neocolonialista di notizie che, putacaso, sono finite nel nulla; banalizzate, come sempre accade, nel flusso del web e dei socialnet e nel solito cambiare argomento appena si presenta l’occasione, un po’ nello stile del presentatore tv che dopo aver intervistato una sopravvissuta all’olocausto si fionda con nonchalance al gioco delle buste “vuole la uno, la due o la tre?”

Lo stupro di gruppo, si sa, è un argomento che fa sempre scalpore, sicuramente molto più delle violenze domestiche che sono la maggioranza, soprattutto quelle quotidiane che avvengono in ambito matrimoniale in India, in Italia, in Zimbabwe, in Canada, diciamo pure ovunque. Perfino nel Times of India (dopo aver atteso per diversi secondi che la finestrona pop up sul sito di incontri matrimoniali si chiuda) si trovano articoli per nulla timidi sulla violenza domestica già all’indomani della morte di Damini, solo che noi non li abbiamo mica visti che si doveva preparare il tiramisù per fine anno. Continue reading

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