Saper ascoltare anche i NO

In questi giorni sono stati sprecati veri e propri fiumi d’inchiostro (virtuale o reale) sulla partecipazione ai cortei e agli eventi legati al famoso 13 febbraio, partiti dall’indignazione chiosata e sbandierata nei ben noti appelli di presunti giornali di presunta sinistra da sedicenti donne libere.

Non voglio aggiungere nulla a questo brainstorming (c’è addirittura chi si è reso conto solo ora che la questione poteva essere oggetto di dibattito, mah!) e non voglio riassumere contenuti già espressi.

E’abbastanza chiara la posizione di chi ha deciso di sottolineare la strumentalizzazione delle donne da parte di alcuni partiti politici che contemporaneamente all’ondata di sdegno sorta dal Rubygate presentano disegni di legge per limitare la libertà femminile oppure ancora da parte di media che ugualmente cavalcano il risentimento popolare sul suddetto scandalo e allo stesso tempo promuovono sessismo e mercificazione del corpo femminile da decenni, esattamente come la controparte mediatica che affermano di combattere. E’ altresì chiara la posizione di chi decide di non voler sottostare ad un’indignazione costruita ad arte, utile solo a spostare masse di voti ma non sorta spontaneamente dal movimento delle donne, la cui evidente scollatura si manifesta apertamente negli inviti alla partecipazione basati sulla separazione tra “sante e puttane” di “concitiana” maniera.

L’unica cosa che, a mio modo, vorrei rimarcare in tutta questa enorme e recente produzione è la presenza di moltissimi NO all’andare in piazza, all’adesione e alla partecipazione. NO nonostante tutto, nonostante gli aggiustamenti, i ritocchi e le rimanipolazioni agli appelli, nonostante i dietrofront, i rattoppi, le provocazioni. NO forti, chiari e decisi espressi da personalità ed enti (cito fra tanti UDI) che hanno fatto la storia delle donne e che in molti si ostinano a non voler comprendere.

Eppure questi NO che tanto fanno discutere andrebbero presi in considerazione come parte fondamentale del movimento delle donne, i pareri discordanti e diversi hanno sempre segnato la nostra storia: anzi, come sostengono alcuni, la disparità di vedute è sempre stata il motivo più evidente di debolezza e sconfitta e probabilmente è tutto vero.

Vero è anche che questi rifiuti, queste assenze ingombranti, questo non “volerci stare”a tutti i costi ci caratterizzano sempre più come “rete” e non come branco o identità monolitica e monocolore, logica alla quale non siamo mai volute sottostare e che ancora non fa parte del nostro modo di concepire la lotta contro il patriarcato. La pluralità dei femminismi e dei punti di vista è sempre stata un vanto e non un errore, per quanto mi riguarda; l’idea di procedere come una mandria di bisonti a testa bassa verso obiettivi effimeri o fittizi o il cavalcare sentimenti popolari migrando in massa come uno stormo di anatre per trovare un posto al sole è una cosa che fortunatamente non ci appartiene e che abbiamo sempre lasciato come prerogativa ad altri movimenti di matrice marcatamente sessista, dove l’unico obiettivo possibile sembra più che altro il far fuori il nemico di turno che verrà in seguito sostituito da un altro e un altro ancora all’infinito, pur lasciando la situazione sostanzialmente immutata.

L’ottusità con cui la maggior parte del genere maschile continua a voler convivere e che trova espressione nel silenzio e nella continua delega al genere femminile di problemi che riguardano l’intera società mi è molto familiare, sia nel continuo accusare le donne di creare presunti “orticelli”mentre il problema maggiore sarebbe in realtà rappresentato e incarnato dalla sola persona di Berlusconi, sia nell’accusa di inazione nel rifiutarsi di essere obbedienti alle logiche della piazza che richiede di saper invece sfruttare l’occasione, il momento opportuno.

Ciò che invece trovo più difficile da capire è la mancata comprensione di questi NO da parte delle donne, specialmente quelle afferenti a partiti politici o associazioni o sindacati ad essi legati che, come se si stessero svegliando da un lungo sonno, rifiutano aprioristicamente questi NO oppure tendono a minimizzarne la portata.

Oltretutto non mi è ben chiara questa enorme responsabilità attribuita ad una singola giornata di piazza se non in un’ottica di suprema manifestazione corale delle volontà profuse dalle manifestanti in questi anni. Anzi, oserei dire che la partecipazione a questa data imposta potrebbe ad un primo acchito sembrare quasi vitale per l’intero movimento delle donne: l’esperienza invece insegna che è la quotidianità dell’impegno ad aver sempre fatto la differenza e lo stare in piazza solo una dimostrazione di visibilità collettiva. Mi auguro che sia fuor di dubbio almeno il fatto che in piazza non ci sarà un riconoscimento né un indennizzo ufficiale per la presunta dignità perduta e che non vi saranno certo ringraziamenti né deleghe da parte delle donne assenti, la maggior parte per intenderci, ossia quei milioni di donne che il 13 continueranno la loro vita come se nulla fosse, totalmente incuranti e probabilmente anche disinteressate alla tematica dell’onore da salvaguardare vs. Berlusconi o il cattivo di turno.

E’ oltretutto una convinzione totalmente errata che quei NO possano arrecare un qualche tipo di danno alla causa della dignità femminile, direi piuttosto che contrario alla questione potrebbe risultare invece un certo tipo di atteggiamento riscontrato da più parti all’interno di quei raggruppamenti politici di cui sopra e delle sue rappresentanti femminili: certamente l’ipotesi di partecipare ad un corteo urlando slogan sessisti, incitando al linciaggio verbale tramite gli insulti alle donne coinvolte negli scandali del premier, assumendo in generale una modalità da branco e piegandosi volontariamente a logiche maschiliste sarebbe quantomeno deleterio nei confronti dei valori che invece si dichiara di voler difendere.

Inoltre quei NO che sono stati espressi fino alla vigilia delle manifestazioni del 13, una volta scemato l’entusiasmo dell’andare in piazza e riconoscersi in qualche modo come movimento, una volta che sarà finito questo inutile baccano e questo ciarpame mediatico si trasformeranno in SI’, in presenze quotidiane che combattono tutti i giorni sessismo, discriminazioni, violenza sessuata, limitazioni della libertà. Battaglie che vanno combattute innanzitutto per noi stesse, completamente immerse e sommerse da un mondo patriarcale a cui cerchiamo di ribellarci ogni volta ma con modalità che ci sono proprie, autentiche, libere da regole altre e da contenuti non nostri.

Spero solo che una volta fatto fuori il nemico si abbia il coraggio di prendere una posizione decisa, di pretendere finalmente quei diritti fondamentali che finora sono stati disattesi o ignorati, che si rifiuti il sessismo a prescindere dalla forza politica che salirà al potere e di boicottarlo in tutti i modi, fosse pure evitando l’acquisto di prodotti che hanno sdoganato immagini o comportamenti lesivi della dignità femminile o anche solo con il semplicissimo gesto di spegnere la televisione.

Spero che l’indignazione tanto sbandierata non ceda mai il passo quando si subirà veramente la discriminazione nella vita di tutti i giorni, nelle parole e nei gesti di chi, uomo o donna che sia, tenterà di limitare la nostra libertà in maniera del tutto legale: nei consultori e negli ospedali gli obiettori sono già legalmente in maggioranza, nei Cie legalmente si detengono donne e legalmente i tentativi di stupro non sono puniti, nelle strade legalmente vengono arrestate o schedate le prostitute ma non i clienti, nel parlamento legalmente vengono proposti disegni di legge per smantellare i centri antiviolenza e così via.

Spero che alla fine, chi vuole aderire a tutti i costi alla manifestazione del 13 lo faccia in maniera critica: sono tante e variegate le forme di protesta “pensante” che si muoveranno domenica e riassumerle qui sarebbe impossibile, segnalo però la critical mass degli ombrelli rossi che si terrà in varie parti d’Italia e l’appello di Femminismo a Sud al riguardo che vede l’unità di donne “perbene” e donne “permale” non come semplice aggregazione ma come proposta di ascolto delle tante voci del movimento, che come i NO sono ricchezza, sono voci di donne.

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