Dalla Tunisia

Ci sono molte ragioni per cui stare a considerare la conservazione di questo o quello scritto piuttosto che di quell’altro ancora non ha molto senso, specialmente in una società come la nostra infarcita di social network e milioni di blog e siti in un flusso continuo, costante ed inarrestabile. Eppure ogni tanto bisogna pur fermarsi ed in questo caso è toccato a me mettere un attimo lo stop e fare questa traduzione (riuscita malissimo ma si fa quel che si può, abbiate pazienza).

Ed anche qui i motivi per cui rallentare un attimo il getto continuo di informazioni potrebbero essere parecchi ma mi limiterò ad affermare che i cambiamenti in corso in alcuni paesi arabi valgono la pena di essere raccontati o quantomeno tradotti, seppur in minima parte vista la produzione sconfinata degli ultimi tempi. Altra ragione fondamentale è che del femminismo tunisino (rispetto agli storici movimenti femministi egiziani ad esempio) si conosce molto poco. Infine, motivo ancora più determinante, Lady Losca ne desiderava la traduzione.

Ringrazio Luna (che in quanto provvisoriamente emigrata ha uno sguardo più ampio sul mondo rispetto a noi poveracci avvolti dal bavaglio bungamediatico) per avermi fatto conoscere questo articolo e per le immagini suggerite che troverete in questo gruppo facebook.

Noi tunisini viviamo, dopo il 14 gennaio in particolare, giorno che ha visto la caduta di Ben Ali grazie alla volontà popolare, in un’atmosfera di fermento e confusione che facilita ogni tipo di eccesso ma fa anche emergere molte speranze. Dopo questa data, la repubblica democratica che abbiamo sognato per tanti anni, per la quale uomini e donne si sono impegnati nella battaglia politica e liberale e per la quale sono morte, ormai più di un mese fa, molte decine di giovani tunisini, sembra a portata di mano.

Ma oggi nelle strategie per raggiungere questo obiettivo e nel profilo da assegnare alla Repubblica democratica di Tunisia sono presenti numerosi ostacoli e pericoli.
Durante tutto il processo che ha portato al 14 gennaio infatti le donne sono state molto attive nei sindacati, nelle manifestazioni, nelle associazioni e nei partiti politici. Eppure ci sono pochi ministri donna nel governo di transizione attuale al di fuori del tradizionale ministero delle donne e, novità assoluta, nel ministero della cultura. Esse sono anche molto poco presenti nei dibattiti televisivi. Nei discorsi pronunciati dopo il 14 gennaio, durante i dibattiti organizzati dai canali televisivi o nelle conferenze stampa, la questione della cittadinanza paritaria delle donne non è mai stato posta. Ci piacerebbe credere che il motivo sia dovuto al fatto che, considerato il ruolo che hanno occupato nel movimento le donne di ogni età e soprattutto quelle giovani, la questione della loro cittadinanza e della loro parità appaia come un’evidenza. Alcuni indicatori, tuttavia, sembrano dimostrare il contrario.

Quando si è trattato di organizzare comitati di quartiere, le donne non sono state sollecitate alla partecipazione oppure lo sono state molto poco poiché hanno mostrato la loro determinazione e il loro coraggio nei vari movimenti e particolarmente in strada. Esse ne hanno anche pagato le conseguenze sotto forma di violenze specifiche che hanno subito in gran numero durante le manifestazioni da parte degli agenti (tirate di capelli, insulti di carattere sessista, molestie fisiche e si è anche parlato di stupri), nei posti di polizia ed anche nelle case in cui si sono introdotte le forze della repressione in certe regioni del paese. Queste violenze sono appunto specifiche poiché sono state esercitate sulle donne in quanto donne, e tuttavia nessuno ne ha fatto cenno. Le cittadine si sono trovate immerse nelle violenze generali subite da tutto il popolo tunisino durante più di 3 settimane. Eppure, in questa rivoluzione che è stata quella della rivolta contro la violazione della dignità umana, queste violenze della polizia contro il genere femminile meritavano di essere ampiamente segnalate.

Malgrado le loro lotte, la loro presenza sulla scena politica, il loro coraggio e la loro combattività, le donne si trovano ancora una volta marginalizzate all’interno dello scenario politico in considerazione delle loro aspirazioni ad una parità reale. Questa marginalizzazione trova conferma nelle risposte che riceviamo quando rimarchiamo la scarsa presenza delle donne al governo: “vedremo dopo”, ci viene detto. Quando ci incontriamo per riflettere sul senso da dare a questo progetto di repubblica democratica e sul ruolo che le donne possono giocarvi affinché venga garantito loro l’accesso ad una piena e completa cittadinanza ci sentiamo dire, ed anche talvolta da militanti politici o femministe, che questo “non è il momento”.

Ciò è tanto più sorprendente ed anche allarmante poichè sappiamo che Bourguiba, all’indomani dell’Indipendenza, considerò come priorità assoluta quella di stabilire delle rotture con il passato in ciò che riguardava la condizione delle donne nella società: il CSP promulgato nel 1956 è il primo codice emanato dalla giovane repubblica tunisina proprio perché lo status delle donne in una società è un indicatore preciso del grado di modernità della stessa. Ed è anche questo status delle donne tunisine tra l’altro che gli stati europei non hanno mai smesso di mettere in evidenza per far finta di nulla sugli eccessi dittatoriali di Bourguiba, Ben Ali e del loro regime. Ma oggi bisogna dirlo chiaramente: non ci sarà mai una democrazia reale in Tunisia senza la totale uguaglianza dei diritti di uomini e donne.

Se la democrazia implica il diritto per tutte le organizzazioni e le opinioni politiche di esistere, non si può considerare il partito di Rached Ghannouchi, Ennadha, solamente come un partito politico in quanto trae i suoi fondamenti nella religione mussulmana. Oltretutto, l’esistenza di Ennahdha può portare alla creazione di altri partiti islamisti più moderati o più radicali ma che rischiano fortemente d’avere le stesse basi. Altrimenti, che cosa li distinguerebbe da un altro partito se non questa specificità? Oggi i militanti di organizzazioni politiche immaginano che il governo di transizione debba essere rappresentativo di tutti partiti politici esistenti e non vedono inconvenienti alla partecipazione di Ennahdha in un nuovo governo o in un comitato nazionale di supervisione del processo democratico. Un pericolo minaccia dunque i diritti delle donne e la loro posizione nella società proprio a causa della presenza sulla scena politica dei partiti con basi religiose: anche se oggi appaiono attualmente come dei convinti liberali hanno tuttavia la caratteristica di non ritenere che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini, poiché il diritto alla libertà viene guidato e concesso al genere femminile solo dalla religione mussulmana. Dirò di più: questi partiti possono trovare appoggio in una base popolare che affonda la sue radici nella misoginia già presente e nelle concezioni retrograde sul ruolo della donna nella società. Essi possono dunque costituire un freno allo sviluppo dei diritti delle donne nel senso di una totale equità e per questo motivo è necessario definire i contorni della repubblica democratica che noi vogliamo.

La Commissione responsabile della riforma politica avrà questo compito con le organizzazioni della società civile e i rappresentanti dei partiti politici. Le donne hanno un ruolo fondamentale da giocare in questo momento di riforma per reclamare i loro diritti alla cittadinanza, alla libertà e all’uguaglianza e con esse tutti coloro per cui la democrazia è inseparabile dalla laicità e dalla modernità, radici e valori fondanti della stessa. E’ fondamentale per la democrazia politica ma anche sociale che lo stato liberale che verrà non sia il monopolio né di un partito né di una religione e che la repubblica sia allo stesso tempo democratica e laica.

La costruzione della democrazia in Tunisia è già cominciata. Essa non dev’essere costruita né senza le donne né contro le donne ma CON le donne, nell’ottica della conservazione dei diritti acquisiti e dello sviluppo di questi diritti verso un’uguaglianza totale e reale. Tutto ciò è fondamentale, anche se stiamo attraversando un periodo di turbolenza, conseguenza dei decenni di autoritarismo e di dittatura che abbiamo subito. Anzi a maggior ragione, è proprio perchè attraversiamo questo momento di turbolenze che abbiamo il dovere di definire chiaramente il progetto politico e sociale che desideriamo, basato sulla giustizia sociale e l’uguaglianza tra tutti e tutte, per tutti e tutte, fondamento di una vera e propria democrazia.”

Neila Jrad


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1 Response to Dalla Tunisia

  1. Lady Losca says:

    Ammmmore. Grazie. Io non avevo mai tempo con gli esami… :=) Grazie!!

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