La professionista

Ecco, ha appena concluso il suo pezzo, giusto in tempo per farlo circolare tra quelle che contano, nei soliti giri giusti insomma, su quel giornale lì e su quel sito dove vanno tutte a leggere le novità. E’ soddisfatta la professionista del femminismo: questa volta si trattava delle lacrime di una ministra, mica poco insomma, e ne è venuta fuori una cosa niente male davvero, con tanto di analisi sociologica che certa gente se la sogna.

Certo, avrebbe anche potuto scrivere mezzo rigo sulle pensionate, quelle davvero colpite dalla manovra economica, ma non avrebbe avuto molto seguito, del resto è sempre meglio accodarsi ai giornali su queste cose, sono loro che decidono dove tira il vento. E poi da lì è facile contagiarsi a vicenda, si sa che nel circuito delle femministe di mestiere ci si intervista l’una con l’altra, si ricambiano i favori e si esprimono sempre pareri concordi, dirimenti dei conflitti, diplomatici e mai provocatori o eccessivamente stimolanti.

L’importante, oltre all’esercitare il ruolo di sedativo, è stare sempre dalla parte delle donne, a qualunque costo, anche se queste donne hanno consegnato tutte le altre al patriarcato. Perché hanno voglia a dire che far parte di una banca armata o del comitato scientifico di Confindustria sia la massima dimostrazione di collusione col capitalismo, il curriculum non è affatto indicativo ed anche questo refrain del capitalismo che poteva essere inteso come espressione diretta del patriarcato negli anni ’70 ha decisamente scocciato. Basta.

Ora che la professionista del femminismo riceve uno stipendio fisso niente male oltre a tutte le pubblicazioni e entrate varie, visto e considerato che presenzia ovunque e viene invitata da altre femministe che ne riconoscono l’importanza e il carisma. E poi c’è la reputazione da mantenere e quella rivista creata da lei e quell’associazione fondata sempre da lei ed anche quel comitato famosissimo, non ci si può più permettere di vedere il femminismo in un’ottica rivoluzionaria, soprattutto come movimento oppositivo.

Magari il liberismo sfrenato e le speculazioni bancarie portate avanti oggi si potranno aggiustare un po’ di qua e un po’ di là, ma opporsi o utilizzare nuovi paradigmi sociali ed economici proprio mai.

La professionista del femminismo conosce bene le parole della Lonzi “detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dall’egemonia dell’efficienza” oppure “dare alto valore ai momenti improduttivi è un’estensione di vita proposta dalle donne”, le sa a memoria, del resto è stata lei stessa ad organizzare un sacco di convegni sulla Lonzi nel passato e ci si è seccata la lingua a furia di sproloquiare della portata rivoluzionaria del femminismo.

Ma erano altri tempi e certo dispiace per le precarie, per le disoccupate, per queste migranti che vanno a pulire il culo ai vecchi per 4 spicci, per quelle che piangono lacrimoni grossi come fagioli a fine mese quando non riescono a pagare le bollette o a comprare i libri di testo ai figli. Del resto chi le vede mai queste qui, ogni tanto ne incrocia qualcuna al ristorante che fa la cameriera o le sente al telefono quando scocciano dai call center, sono proprio tanto troppo lontane dal suo mondo e le migranti ci sono solo quando si firmano gli appelli.

La cosa fondamentale, come già detto, è stare sempre dalla parte delle donne, e sicuramente meglio dalla parte della ministra “competente” che dalla parte di quella con un passato un po’ da zoccola, ma questo resti tra noi, in fondo nessuno ha mai visto spendersi una professionista del femminismo per una un po’ puttana, sempre per quelle competenti e dignitose, che quelle altre non sono come noi.

E neanche alle manifestazioni, se è per questo, e neppure ai flash mob o ad esempio alle proteste davanti ai consultori. Perché le femministe di mestiere sono sempre tanto impegnate e del resto basta usare la scusa della “frattura generazionale” per giustificare qualunque presa di distanza , basta affermare che tra persone di diversa età non ci si capisce per coprire quella brutta espressione che si tenta di occultare da anni: la  differenza di classe, la vera ragione che allarga sempre di più il divario tra chi ha paura di rischiare un pezzo della sua proprietà privata e chi non ha nulla da perdere.

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